venerdì 6 luglio 2012

La particella di Dio spiegata a mia zia

Se ne fa un gran parlare, ma che cos'è effettivamente il Bosone di Higgs? Perché è considerato così importante? Cosa mai cambierà per la mia vita?

Si sa, quando la scienza fa notizia sui telegiornali ci sentiamo tutti improvvisamente un passo più vicini ad una civiltà di tipo 1 (ossia ad una civiltà progredita che ha completo controllo sul suo pianeta); ma andando ad approfondire sono in pochi a comprendere le reali implicazioni di una scoperta scientifica di questa portata, e nello specifico pochi Tg si sono spinti a spiegare cosa sia questo bosone, enfatizzando solamente l'interessante e comunicativo soprannome "La particella di Dio".

Il nome stesso ("The God Particle") è una trovata di marketing dell'editore del libro scritto dal premio Nobel Leon Lederman nel 1993, che originariamente avrebbe voluto intitolarlo "The Goddamn Particle", ovvero "La particella maledetta", dato che sfuggiva a qualsiasi tentativo di essere trovata.

I bosoni sono invece una categoria di particelle opposte ai fermioni, in quanti questi ultimi sono associabili alla materia, mentre i bosoni ai campi di forza come le interazioni nucleari o elettromagnetiche (o gravitazionali, ma il "Gravitone" ancora non è stato trovato). Ad esempio i fotoni sono bosoni, mentre gli elettroni sono fermioni.

Il Bosone di Higgs (ipotizzato dal fisico Higgs nel 1964, che è ancora tra noi, ateo e critico verso il nome "Particella di Dio"), è la particella che determina il modo in cui la materia possiede una massa; in altre parole se non ci fossero bosoni di Higgs nell'universo tutta la materia avrebbe massa nulla e sarebbero impossibili le aggregazioni di materia, per gravità che è proporzionale proprio alla massa, per formare stelle e pianeti e quant'altro.

Il meccanismo con cui il bosone di Higgs determina la massa delle particelle di materia è qualcosa di simile a come l'acqua del mare ad esempio determina la resistenza a fluire di vari oggetti: un idrodinamico siluro in questa analogia avrebbe una massa molto piccola, perché interagisce poco con la massa d'acqua circostante mentre ad esempio un autocarro avrebbe molte difficoltà a navigare sott'acqua perché ne sposterebbe talmente tanta da risultarne ostacolato e apparirebbe quindi "pesantissimo" da far avanzare. Così allo stesso modo le particelle che interagiscono poco con il bosone di Higgs risultano di massa piccola, mentre quelle che interagiscono parecchio con questo posseggono una massa elevata.

I bosoni di Higgs quindi determinano un campo (nell'accezione simile a quando si cerca il "campo elettromagnetico" per il telefonino) che permea tutto l'universo e che determina a sua volta la massa di tutta la materia.

A questo punto ci si può chiedere come mai venga data tanta enfasi a questa scoperta: ebbene, il bosone di Higgs era l'ultima delle 17 particelle che compongono il modello fisico attuale, il cosiddetto "Modello Standard", e l'averla individuata ne conferma la validità; questo spiega i vari miliardi di euro investiti nella sua ricerca. Inoltre studiando il bosone di Higgs, che non avevamo mai visto, e di come questo interagisca con le altre particelle, potremo avanzare la nostra conoscenza delle leggi della fisica e dell'Universo.


Approfondimenti:
Il Bosone di Higgs, Wikipedia

sferoscienza

mercoledì 12 ottobre 2011

Una nuova speranza


Una nuova invenzione promette di portare la fusione fredda su tutte le caldaie del mondo: il silenzio dell’informazione, le negazioni della scienza ufficiale, le diatribe brevettuali.


Se c’è qualcosa Andrea Rossi ha sicuramente acceso, con la collaborazione del fisico Sergio Focardi, questa è per lo meno la speranza che la sua invenzioni funzioni. E mentre nel Web infuriano polemiche non scevre da insulti tra blogger e accademici, migliaia di cuori battono forte nell’attesa che la speranza divenga presto realtà. L’immagine che ci si forma è molto simile a quella che abbiamo appena visto con la notizia dei neutrini superluminari: i principali telegiornali annunciano la scoperta, programmi di approfondimento dedicano ampi spazi, la notizia rimbalza sui social network, si moltiplica sui blog, vengono rilasciate dichiarazioni dai politici, dagli industriali…

Torniamo indietro di qualche passo (22, per la precisione). L’anno scorso comincia a circolare per la rete la notizia che un inventore italiano, Andrea Rossi, sia vicino alla commercializzazione di un apparecchio rivoluzionario, legato a tecnologie controverse ed ad un catalizzatore segreto, che promette di generare energia per mezzo di fusione fredda (o LENR, come la definiscono per allontanare lo spettro di Fleishman e Pons), a costi irrisori, senza emissioni e rifiuti, anzi, producendo prezioso rame per la trasmutazione dell’economico nichel.

Tanto per capirci, significherebbe che già dall'anno prossimo potremmo sostituire le nostre caldaie casalinghe e fare a meno di metano, o gasolio: solo una ricarica da un chilo di nichel l'anno o giù di lì. Senza contare le applicazioni a livello industriale, le centrali elettriche (niente più petrolio, carbone, tantomeno fissione nucleare...).

Naturale che la comunità scientifica, di fronte a tali informazioni, non reputi neanche di doversi pronunciare, tanto sembra costruito ad arte per finire su Striscia la Notizia tra le bufale dell’anno.

Però, ecco la cosa interessante, la macchina in questione, funziona.

O per lo meno sembra funzionare, per lo meno dopo diverse dimostrazioni effettuate con un pubblico selezionato e ristretto e divulgate in Rete. L’E-Cat, Energy Catalizer del Dott. Rossi, con grande soddisfazione degli astanti, scalda più, molto di più di quanta energia gli venga fornita. Ad oggi tutti concordano che non sia stata effettuata una dimostrazione definitiva al di là di ogni dubbio (“dove sono nascoste le batterie?”) vuoi per una certa “approssimazione” del metodo scientifico utilizzato da Rossi, vuoi perché Rossi dichiara di non essere interessato ad una validazione ufficiale dato che per lui l’importante sarà il successo che l’e-gatto otterrà sul mercato.

Nel frattempo fino ad oggi impera, al di fuori della rete, l’assordante silenzio di tutte le televisioni, di tutti i giornali, di tutte le trasmissioni nazionali di approfondimento. Eppure alcuni articoli sono usciti in tempi diversi su Repubblica, Focus, Il Resto del Carlino, togliendo ogni scusa al resto dell’informazione ufficiale che rimane bucata e apparentemente disinteressata. Ma se una notizia possiede una importanza proporzionale alla vicinanza e al numero di persone interessate, non si capisce perché una invenzione italiana che potrebbe sconvolgere (non è una iperbole) il mondo, passi così trascurata. Al tempo di Fleishman e Pons la stampa importante diede fiato alle trombe promettendo un mondo migliore nel medio-lungo periodo. Ora, che l’applicazione commerciale sembra alle porte, abbiamo il ministro dell’educazione e della ricerca che preferisce fare strane dichiarazioni per altri tunnel di cui non capisce bene la lunghezza.

E dire che a Rossi farebbe proprio comodo un finanziamento pubblico per la ricerca, dato ormai a cane e porci per ricercare cose molto più improbabili e molto, ma molto meno importanti, che l’inventore potrebbe spendere presso l’Università di Bologna per dei test con validità accademica sull’E-Cat (pare che l’UniBO abbia chiesto a Rossi 500.000 euro per prendere in carico la ricerca. Ma perché una Università non sarebbe interessata a ricercare per suo conto su un argomento con tali implicazioni?).

Che cosa succederebbe se l’E-cat venisse commercializzato? Proviamo ad ipotizzare. L’economicità della produzione energetica ed il piacere della novità spingono milioni di utenze, nel mondo, a far uso di energia prodotta da LENR. La richiesta di petrolio, crolla, e con essa le emissioni delle tanto vituperate emissioni di CO2. Gli scienziati, i politici, i faccendieri che lucrano sui sistemi di Emission Trading (scambio e commercio di anidride carbonica per le finalità del controllo del riscaldamento globale), crollano o non sono più utili. Le centrali nucleari tradizionali, a fissione, chiudono o vengono convertite alle LENR. Le aziende energetiche che non si convertono alla LENR crollano in borsa. Le compagnie che si basano sulle energie rinnovabili che non si convertono alle LENR, crollano (l’E-Cat è molto più pulito ed economico di qualsiasi solare, eolico o che dir si voglia). Il Medio Oriente e l’OPEC, crollano, niente più miliardi per le guerre di religione. Tra l’altro quei territori diverrebbero poco interessanti per le potenze straniere, facendo decadere le fondamenta dei conflitti. I costi di produzione e di trasporto diventano più convenienti, le merci meno costose, si aprono nuovi mercati. Più persone possono accedere a beni che prima non potevano comprare, diminuisce la povertà nel mondo. I PIL degli stati si impennano. A sorpresa la Grecia, che in Europa ha le maggiori risorse di estrazione per il nichel, vede rifiorire la propria economia.

Chiaro che Rossi sia cauto a non volere troppa pubblicità, a pensar bene, e visto che l’inventore ha già subito in passato guai giudiziari per la vicenda della Petroldragon che prometteva un metodo innovativo per la produzione di carburanti dai rifiuti, sembra quasi opportuno che il mondo ne resti all’oscuro fino all’ultimo momento, visto gli interessi in gioco (nei film di spionaggio si uccide per molto meno).

Per questo vogliamo tralasciare le vicende brevettuali tra Rossi e la Defkalion, società greca con cui Rossi aveva iniziato una collaborazione finita in mano ad avvocati (e che promette di commerciale a breve il suo E-Cat, l’Hyperion), un misterioso cliente americano, i detrattori giurati, un impianto da un megawatt da testare il 28 Ottobre (in foto), vicende legali legate alle leggi statunitensi sul trasporto di materiale nucleare, e tanti conteggi e riconteggi energetici da far venire il capogiro.

E alla fine non ci interessa neppure molto la posizione della termocoppia di tipo k sull’uscita del circuito secondario. Vogliamo solo lasciare accesa la speranza che l’E-cat illumini, un giorno, le strade del mondo.

Approfondimenti e aggiornamenti:
Focus: La fusione fredda su Focus.it
Il sole 24 ore: Fusione fredda, la sfida continua

sferotecnologia

venerdì 3 settembre 2010

Hawking, 10 perle di saggezza

Visto che dopo la pubblicazione del suo ultimo libro "The Grand Design", in Italia si sprecano e si rincorrono le discussioni su nient'altro che l'affermazione di Stephen Hawking di come non sia necessario Dio per spiegare l'esistenza dell'Universo ma siano sufficienti le leggi già scoperte dalla scienza, ecco per rendere omaggio e giustizia ad una delle più grandi menti del nostro tempo la traduzione delle sue "Dieci perle di saggezza" pubblicate dal Telegraph.

Stephen Hawking sul motivo dell’esistenza dell’Universo:
“Se trovassimo questa risposta, sarebbe il più grande successo della ragione umana – avremmo capito la mente di Dio.”
A Brief History of Time

Su Dio:
“Dato che c’è una legge come la gravità, l’Universo può e creerà se stesso dal nulla … Non è necessario invocare Dio per suonare la fanfara e far cominciare l’Universo.”
Hawking: God did not create Universe, The Times

Sul contatto con forme di vita aliene:
“Penso che sarebbe un disastro. Gli Exaterrestri sarebbero probabilmente molto più avanzati di noi, La storia di civiltà avanzate che incontrano popoli più primitivi non è stata molto felice in questo pianeta, ed erano della stessa specie. Penso che dovremmo abbassare gli sguardi.”
Naked Science: Alien Contact, The National Geographic Channel

Sulla editoria:
“Qualcuno mi ha detto che ogni equalzione che avrei incluso nel libro avrebbe dimezzato le vendite. Quindi io ho risolto senza mettercene neanche una.”
A Brief History of Time

Sui virus informatici:
“Forse ci dice qualcosa sulla natura umana, il fatto che l’unica forma di vita che abbiamo mai creato sia puramente distruttiva.”
Life in the Universe, public lecture

Sull’Eutanasia:
“La vittima dovrebbe avere il diritto di metter fine alla sua vita. Ma penso che sarebbe un grande errore. Comunque la vita possa apparire brutta, c’è sempre qualcosa da poter fare, e far bene. Finchè c’è vita, c’è speranza.”
People's Daily Online

Sulla celebrità:
“Il rovescio della medaglia della mia celebrità è che non posso andare da nessuna parte nel mondo senza essere riconosciuto. Non mi basta indossare occhiali da sole e una parrucca. La sedia a rotelle mi frega sempre.”
Interview on Israeli television

Sull’arte dell’arrangiarsi:
“Per mostrare questo diagramma come si deve, avrei senz’altro bisogno di uno schermo quadrimensionale. Però, a causa dei tagli governativi, ci arrangeremo fornendo solamente uno schermo a due dimensioni.”
The Beginning of Time, public lecture

Sull’imperfezione:
“Senza imperfezione, voi od io non esisteremmo.”
Into the Universe with Stephen Hawking, The Discovery Channel

Su Stephen Hawking:
“E’ uno spreco di tempo compiangere la mia disabilità. Nella vita bisogna andare avanti e io non me la sono cavata male. La gente non perderebbe tempo con te se fossi sempre triste o a lamentoso.”
Return of the time lord, The Guardian





Originale - Stephen Hawking: ten pearls of wisdom

sferoscienza





martedì 31 agosto 2010

Ecco la vera Razza Pura: gli Africani

Dopo secoli di schiavitù, colonialismo, razzismo, luoghi comuni e deliri creazionistici, la Scienza finalmente scopre che se una Razza Pura di uomini esiste, allora questi sono gli Africani. Tutti gli altri, a cominciare dagli Europei, sono incrociati con l'Uomo di Neanderthal. 
Proseguendo nel percorso che negli ultimi anni sta velocemente forgiando la Consapevolezza Globale verso mete più elevate rispetto all'oscurantismo dei decenni passati, arriva la parola fine sulle teorie di superiorità della razza che tanti lutti addusse nel secolo scorso. Anche se ormai in ritardo per correggere gli eventi storici ed evidenziare la stupidità di persone e leggi, possediamo oggi uno strumento oggettivo per poter fugare gli eventuali scampoli di idiozia che talvolta capitano risorgere in alcuni focolai nostalgici di tempi più bui. E' capitato infatti che due distinti  team internazionali di ricerca, coordinati da Svante Paabo del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, Leipzig, Germania e da Edward Rubin del Department of Energy Joint Genome Institute in Walnut Creek, California, siano giunti concordi alla conclusione che per tutta la popolazione mondiale, escludendo gli Africani, sia avvenuto un mescolamento genetico tra i nostri progenitori ed i Neanderthal portando ad una eredità genetica che nei Sapiens extra-africani vede presente dall'1 al 4 per cento di contenuto neanderthaliano.
Affascinante storia, questa dei nostri cugini di Neanderthal, che alle pendici della preistoria conviveva con i nostri antenati. Combattendoli, commerciandovi, ed anche accoppiandosi. Alcune teorie vedono in questi parenti dei Sapiens l'origine di miti antichi come gli scandinavi Troll, che potrebbero essere nient'altro che l'ancestrale ricordo degli incontri avvenuti con gli uomini di Neanderthal; infatti che il mito dei Troll è presente in quelle aree di probabile convivenza fra Cro-Magnon, antenati dell'uomo moderno, e Neanderthal, e qualcuno si spinge a considerarli anche l'origine di miti di uomini forzuti come Ercole.
Ancora più interessante il fatto che è ormai riconosciuto che le fattezze di pelle chiara, di capelli biondi o rossi, siano appartenuti ai nostri antichi cugini, causati dall'adattamento ai climi freddi che nei Neanderthal avvenne molto prima che nei Sapiens; infatti i Neanderthal lasciarono il continente africano 300 mila anni fa contro i 60 - 40 mila anni dei Cro-Magnon. Non è questa però la prova degli avvenuti incroci; infatti pare che il biondismo si sia presentato nelle due razze anche per mutazioni genetiche differenti.
Resta il fatto che è ora possibile immaginare che l'estinzione dei Neanderthal sia stata in realtà una acquisizione, sia culturale che sociale, fondendo la genia con quella dei più popolosi e prolifici discendenti dell'uomo moderno. Genia che custodiamo ancora dentro di noi.

Approfondimenti:
Siamo tutti un pò neanderthaliani (Focus.it)
Troll (Inglese, New World Encyclopedia)

sferoscienza



venerdì 26 marzo 2010

L'isola che non c'era

Sembra ormai appurato che una piccola isola contesa tra India e Bangladesh, non più alta di due metri sul livello del mare, disabitata, sia scomparsa per l'innalzarsi dell'oceano. Quello che dovrebbe farci riflettere è come questa notizia sia stata rilanciata sui mezzi di informazione come una clamorosa evidenza del Riscaldamento Globale e dei danni ambientali provocati da questo fenomeno. La notizia taciuta è che quest'isola non era esistita da sempre, ma risulta comparsa (affiorata nel Golfo del Bengala) nel 1970 e da quella data era iniziata la contesa dei due stati asiatici. Una informazione molto facile questa da reperire, sarebbe bastato fare una ricerca su Wikipedia. 
La situazione dunque è ben diversa da quella presentata, infatti l'oceano avrebbe sommerso l'isolotto in base ad un ciclo naturale che niente avrebbe a che fare con il Global Warming (nel 1970 non se ne parlava neanche, anzi si temeva fossimo diretti verso una nuova glaciazione). Però la notizia è comunque passata con enfasi catastrofistica di numerosissime testate e senza menzionare il fatto che l'Isola di New Moore non era esistita da sempre; anzi, riportando della contesa trentennale fra India e Bangladesh e quindi omettendo che quella contesa era iniziata proprio perchè l'isola, effettivamente, prima non c'era.
Tra le testate cadute nel facile allarmismo possiamo menzionare La Stampa, Zeroemission.tv, EcoBlog, e molti altri. Alcuni siti  riportano correttamente l'informazione, come Il Giornale, che però afferma prima che l'isola era contesa "da sempre", per poi specificare più avanti che esiste solo da una quarantina di anni. Anche molte testate mondiali hanno ceduto alla stessa tentazione.
L'effetto complessivo appare comunque quello di cavalcare l'onda delle catastrofi che sarebbero provocate dall'effetto serra, quando invece, come in questo caso, si tratta nient'altro di un ciclico battito di cuore del grande oceano. Altra EcoBalla.

Approfondimenti: L'illusione di Kyoto

mercoledì 27 gennaio 2010

Verso la civiltà energetica di Tipo 1

Ci stiamo avviando verso quella che gli scienziati considerano una civiltà in grado di liberarsi dai vincoli delle risorse energetiche?

Nel 1964 lo scienziato russo Nicolai Kardashev inventò una scala secondo la quale si possono classificare le civiltà senzienti secondo le loro capacità di approvviggionamento energetico: sono civiltà di tipo 1 quando queste sono in grado di controllare e utilizzare la totalità dell’energia del pianeta in cui vivono; il grado due è concesso quando possono attingere alla totalità dell’energia della loro stella e del sistema solare, il terzo grado parla di energia dell’intera galassia.
Secondo alcune stime la nostra, umana, è una civiltà di tipo 0 (non avendo ancora l’accesso alla totalità dell’energia del nostro pianeta) per la precisione saremmo di tipo 0,7; Il fisico teorico Michio Kaku ha calcolato che potremo raggiungere il tipo 1 non prima del 2200 (ed il tipo 2 dopo il 5000).
In effetti la Terra possederebbe una potenza energetica stimata dallo stesso Kardashev in quattromila miliardi di Watt; il fabbisogno energetico mondiale di una anno è attualmente di circa otto miliardi di Megawattora (MWh), contro la disponibilità secondo questa stima di Kardashev nell’ordine dei trecentomila miliardi di Megawattora.
Ma dove sarebbero immagazzinate queste quantità mostruose di energia? In quattro miliardi di anni la radiazione solare ha continuato ad accumulare risorse energetiche sulla terra in svariate forme delle quali le più comunemente utilizzata sono quella chimica (petrolio, metano, carbone, legna), ma anche l’energia potenziale gravitazionale (acqua nei laghi e nei bacini per le centrali idroelettriche), oppure l’energia nucleare di alcuni elementi (uranio).

Solo ultimamente abbiamo cominciato ad utilizzare altre forme di immagazzinamento della radiazione solare, come il moto dei venti, o la radiazione stessa con i pannelli fotovoltaici. Ma la maggior parte di questa energia è ancora non utilizzata: pensiamo ad esempio al totale movimento dell’aria con i venti ad alta quota, oppure della radiazione solare accumulata come calore negli oceani; per non parlare delle onde degli oceani ed alle maree, all’energia degli uragani, dei terremoti, delle eruzioni vulcaniche.
Energie spaventose ed immaginabili con i nostri criteri che non sappiamo ancora convogliare.
Pensiamo ad esempio all’energia nucleare potenzialmente utilizzabile tramite la fusione nucleare dell’idrogeno contenuto nell’acqua degli oceani (centrali a fusione nucleare, ancora in fase di studio). Oppure al calore immagazzinato sotto la superficie terrestre; in effetti stiamo vivendo sulla sottile crosta raffreddata di una fusione incandescente di roccia e metallo.
Nell’ultimo caso una proposta realizzabile è quella di pompare acqua per decine di chilometri nel sottosuolo per farla riscaldare e poi utilizzarla come energia geotermica artificiale: avremmo a disposizione una forma di energia pulita e praticamente illimitata per i nostri fabbisogni.
Un giorno del ventiquattresimo secolo ci sveglieremo, e guardando il sole sorgere penseremo a come poter accedere direttamente a tutta la sua potenza per i nostri scopi, e ci scopriremo già nell’alba di una civiltà in cammino verso il tipo 2.

approfondimenti:
Scala di Kardashev (Wikipedia)
Geotermia artificiale (MIT, in inglese)

sferotecnologia

lunedì 3 agosto 2009

Ecoballe: l'auto elettrica


Si è portati a pensare che il giorno che nel mondo circoleranno solo auto elettriche al posto di quelle a combustione interna, avremo risolto i nostri problemi ecologici. Alcune considerazioni ci porteranno a riflettere sul fatto che probabilmente risolveremo molti di questi problemi ma in misura limitata, favorirebbe l'energia atomica sulle fonti rinnovabili, ed inoltre problemi di ordine economico appaiono per ora insormontabili.

E’ di questi giorni l’annuncio della prossima messa sul mercato della prima automobile completamente elettrica destinata all’uso familiare, la Nissan LEAF; quest’auto permette l’accesso alla tecnologia di movimentazione elettrica al segmento consumer del mercato automotive.
L’immagine che abbiamo adesso di una macchina di questo tipo si può riassumere in questi punti:
1) Risolveremmo l’inquinamento in quanto l’emissione (CO2, zolfo, piombo, benzene, ecc.) è nulla.
2) Costi di trasporto abbattuti in quanto non dovremmo più acquistare gasolio o benzina.
A riguardo del primo punto, a fronte di un reale abbattimento delle emissioni cittadine che produrrà effetti salutari sulle nostre vite, corrisponde uno spostamento della trasformazione di energia dal nostro motore alle centrali elettriche. Questo comporterebbe l’aggregazione di milioni di centrali di trasformazione energetica in poche centinaia, aumentando presumibilmente di alcuni ordini di misura l’efficienza produttiva e il controllo delle emissioni inquinanti. Naturalmente però queste emissioni non saranno annullate, basti pensare che in Italia la maggior parte dell’energia elettrica è prodotta in centrali termiche che bruciano carbone, petrolio e in alcuni casi rifiuti, limitando di molto la riduzione di emissione di CO2 che ci si aspetterebbe.

Per l’argomento costi, la considerazione è più sottile. Si conosce che il consumo di un’auto elettrica è di media 0,2 chilowattora per chilometro, contro i circa 0,75 di un’auto a benzina. Paragonando i costi, si traduce in un costo in più di 3 centesimi di euro a chilometro per l’auto elettrica (anche considerando un’ottima efficienza teorica fino al 90%), contro circa 8 per l’auto a benzina al prezzo di 1,2 € al litro di carburante (considerando 15 km al litro). Ma attenzione: già considerando una moderna auto diesel il costo per chilometro può scendere a 5 centesimi al chilometro. Adesso la parte sconvolgente: già sappiamo che la percentuale di carburante puro che paghiamo è in realtà circa il 30% del prezzo totale, mentre tutto il resto è in tasse. Rifacendo questi conti con il prezzo puro del carburante, arriviamo ad una costo di 2,7 centesimi per la benzina e 1,7 centesimi di euro per il diesel, a chilometro, molto più economico del motore elettrico!

Ricapitolando tutto, considerando l’equivalente di un pieno di 50 litri, spenderemmo grossomodo per la nostra automobile:
- a benzina: 20 euro di carburante e 40 euro di tasse (iva + accise, totale 60 €) per fare 750 chilometri;
- diesel: 18 euro di carburante, 37 di tasse (iva + accise, totale 55 €) per fare però 1000 chilometri;
- elettrica: 42 euro di energia, una cifra incognita per le accise e l’iva, per fare circa 1000 chilometri (totale circa 50 euro + ? euro di tasse)

Se mi avete seguito fino a qui, avrete intuito le conclusioni: sarà disposto il governo a rinunciare alle migliaia di milioni di euro provenienti dalle accise (più di 24 miliardi di euro nel 2007, più di 10 miliardi di euro di IVA) per non appesantire la costosa trazione elettrica?
Pare molto improbabile, e questo “conto della serva” sarà sicuramente considerato, eseguito in modo molto più sistematico, nelle scrivanie dei reparti progettazione delle industrie automobilistiche che si chiederanno: perché cambiare il mercato automobilistico con auto a trazione elettrica, quando queste rischiano di dimostrarsi molto più costose per l’utilizzatore nel momento in cui le stesse tasse gravanti sui carburanti vengano estese al consumo elettrico?
Paradossalmente per ridurre i costi del “carburante” elettrico occorrerebbe agire proprio sul quel costo del kilowattora (attualmente circa 0,15 euro, più iva) che grava sull’utenza domestica riducendolo almeno della metà, e l’unico modo conosciuto per avvicinarsi ad un traguardo del genere sarebbe l’utilizzo dell’energia atomica nella produzione di elettricità (sarebbero subito da scartare soluzioni troppo onerose come l’eolico o il solare, costando quest’ultimo sei volte più del chilowattora prodotto con il nucleare).

Conclusione: ripulire le nostre città dai miasmi dei fumi delle automobili con l’uso delle automobili elettriche costerebbe allo stato più di 35 miliardi di euro l’anno, oppure, nel caso di apposizione delle accise sull’energia elettrica per trazione, a noi utenti il raddoppio del prezzo per chilometro a cui siamo abituati, e tutto questo con la prospettiva di trasferire il rischio di inquinamento dai fumi emessi nelle città al nucleare.

Ergo: allo stato attuale non è un cambiamento che possiamo permetterci, e sia i governi che le case produttrici lo sanno bene.


sferotecnologia


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...