domenica 8 luglio 2007

L'illusione di Kyoto


Come funziona il Protocollo di Kyoto in pratica, quanto costa ad ogni famiglia italiana in tasse e bollette, chi ci guadagna e perché non salverà il mondo


Come funziona in pratica il protocollo di Kyoto

C'è una legge in Italia, il Decreto Legislativo 216/06, che definisce quando una azienda debba entrare a far parte del sistema deciso nel protocollo. Tutte le aziende interessate richiedono allo stato delle quote disponibili di CO2, espresse in tonnellate, a seconda di quante ne avevano consumate i tre anni precedenti. Lo stato ne assegna un po' di meno di quelle che servirebbero, nell'ottica di diminuire le emissioni totali del 6,5% (per l'Italia) entro il 2012. A questo punto l'azienda deve costituire un sistema di gestione che monitorizzi le emissioni di anidride carbonica che produce, quindi deve, a seconda dei suoi cicli produttivi, fare prelievi, analisi, calcoli e stime che diano un conteggio di quante tonnellate di anidride carbonica abbia emesso in atmosfera in un anno. Alla fine di ogni anno, entro Aprile, l'azienda deve chiamare un ispettore di un ente di controllo, autorizzato dal ministero dell'ambiente, che verifica i conteggi in base ai documenti aziendali ed a una ispezione agli impianti. L'ispettore scrive un rapporto e propone al suo ente di convalidare, o di non accettare, i conteggi fatti dall'azienda; in caso positivo l'ente emette un certificato che autorizza l'azienda a comunicare al ministero dell'ambiente il conteggio riscontrato. Ora, se le tonnellate emesse sono minori di quelle ricevute in quote allora è una azienda virtuosa, e non solo non deve pagare altro, ma può vendere le quote avanzate nei Mercati delle Emissioni appositamente creati a livello mondiale. Se invece ne ha consumate troppe, allora ha poche possibilità: o compra delle quote dalle aziende virtuose, oppure paga una multa pari a 40€ per ogni tonnellata di troppo. Altra possibilità è fare degli investimenti nei paesi in via di sviluppo finalizzati alla riduzione in quei luoghi di emissioni di CO2, cosa questa che fa guadagnare altre quote.

Quanto costa ad ogni famiglia italiana

Il protocollo di Kyoto, naturalmente, costa. Costa alle aziende che devono implementare il sistema descritto sopra, perché devono assumere dei consulenti che le dicono come effettuare i conteggi, pagare le analisi di laboratorio necessarie, dedicare delle risorse umane alla gestione ed alla implementazione del sistema, pagare l'ispettore e l'ente di verifica, e infine, se come succede quasi sempre hanno prodotto più anidride carbonica di quella concessa, pagare le sanzioni risultanti oppure comprare altre quote, per spese che possono essere di alcune decine di migliaia di euro come di milioni di euro per le aziende più grandi. Ed a pagare siamo tutti noi, attraverso i prodotti che compriamo e attraverso le bollette dell'energia consumata. Infatti tutto il sistema si traduce in costi di produzione maggiori, e di conseguenza di prezzi dei prodotti maggiori. Per i prodotti di normale consumo il prezzo viene calmierato dal mercato di libera concorrenza, ossia l'azienda che vende un prodotto si accolla gran parte di questo aumento per rimanere competitiva nel mercato, mentre nei regimi di monopolio come è stato finora quello dell'energia elettrica per le famiglie, il 100% del costo sostenuto dall'Enel viene riversato direttamente in bolletta (circa il 2% della bolletta). Infatti l'Enel non era tra le aziende virtuose, checché ne dica la pubblicità, e ha dovuto acquistare milioni di euro di quote di CO2 per i consumi in eccesso, facendocele pagare a noi.


Perchè il protocollo di Kyoto non salverà il mondo

Prima di tutto perchè ci sono buone possibilità che il mondo si salvi da solo. Dal grafico che vedete riportato infatti si vede che la temperatura media della terra negli ultimi 420.000 anni ha subito delle oscillazioni periodiche in concomitanza con alcuni cicli del nostro sole. Quindi la maggior parte del riscaldamento globale è dato dalla maggior radiazione solare che investe la terra, e non dalla produzione di CO2 dell'uomo. Di conseguernza quando questa fase solare sarà passata, le stagioni riprenderanno il loro normale corso, come è avvenuto anche in passato. Poi c'è da dire che i due maggiori produttori di anidride carbonica nel mondo, Stati Uniti e Cina, non hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto, rendendo poco importanti gli sforzi degli altri stati partecipanti. Inoltre la CO2 non è l'unico gas serra, ma ne rappresenta solo una piccola quantità essendo la stragrande maggioranza della responsabilità dell'effetto serra dovuta all'umidità dell'aria, ossia... alle nuvole. Ora, sembra che raggiungere una diminuzione del 6,5% nelle emissioni di Gas Serra nel 2012 per l'Italia, e per altre stati, sia un obiettivo impossibile (è meno difficile per gli stati che posseggono centrali nucleari), e saremo costretti a pagare, come nazione, delle sanzioni di miliardi di euro. Ma anche se riuscissimo nell'obiettivo, tale riduzione sarebbe pressoché ininfluente di fronte alle variazioni climatiche dovute alla radiazione solare. Conclusioni: stiamo facendo degli sforzi nella direzione sbagliata, e i dati per capirlo sono alla portata di tutti.

Andamento della concentrazione di CO2 (in verde) e della temperatura (in blu) della Terra negli ultimi 480 mila anni; gli aumenti dell'ultimo cinquantennio sono in linea con le oscillazioni periodiche correlate all'entrata in fase, ogni circa 100 mila anni, di alcuni cicli solari (Petit et al., 1999).


Ma allora chi ci guadagna?

A guadagnarci sono tutti quelli che lavorano nel campo dell'Emisison Trading, intanto, come consulenti aziendali, chimici, laboratori analitici. Tutto il sistema di controllo, enti autorizzati, ispettori. Tutti quelli che fanno allarmismo e vendono libri. I politici che guadagnano voti con l'ambientalismo demagogico. E' facile capire come tutto questo, moltiplicato a livello mondiale, fa girare miliardi di dollari. Si pensi inoltre che è stato creato un intero nuovo mercato, per lo scambio di quote di CO2, con quotazioni aggiornate e possibilità speculative enormi, essendo un mercato poco conosciuto e molto instabile. E comunque nel libero mercato far girare soldi produce sempre benessere, ma per pochi, a scapito delle piccole e media aziende che non hanno risorse per accedere ai meccanismi più redditizi del mercato delle emissioni, e dei contribuenti e consumatori che finanziano, quasi sempre inconsapevoli, tutto questo bel gioco.

Conclusioni

Il riscaldamento globale è una realtà, minacciosa, innegabile. La nostra generazione rischia di conoscere sconvolgimenti climatici come non ce n'è memoria a livello storico; proprio per questo lo sforzo a livello mondiale deve essere enorme, ma ben indirizzato. Prima di tutto deve essere convogliato negli aiuti a quei paesi che non hanno mezzi propri per arginare alluvioni e desertificazioni. Poi deve essere investito nella ricerca e nella tecnologia di nuove fonti energetiche e del miglioramento delle esistenti, nelle biotecnologie per migliorare le produzioni agricole e renderle più resistenti. Soprattutto deve essere superato Kyoto e le sue inefficienze di fondo, e creato un meccanismo globale, con tutti dentro, che gestisca i cambiamenti che ci aspettano.


Approfondimenti:
Variazioni climatiche, Adriano Mazzarella, Prof. Climatologia Università di Napoli Federico II
Mutamento climatico, Wikipedia (in inglese, la pagina in italiano è ancora molto lacunosa)
Il sistema Europeo di Emission Trading, Laura Monni, ambientediritto.it


sferoattualità

4 commenti:

meinong ha detto...

E se le tesi di Mazzarella non sono vere ?


Pensatoio

supramonte ha detto...

mazzarella spaccia per verità delle teorie peraltro minoritarie nella comunità scientifica.

il Third Assessment Report dell'Intergovernamental Panel on Climate Change è giunto alla conclusione che con "very high confidence the globally averaged net effect of human activities since 1750 has been one of warming". ribadisco: very high confidence. non certezza assoluta, ma alta probabilità che le emissioni antropogeniche abbiano un effetto sul riscaldamento globale indipendente dai cicli solari.

in quanto alla CO2, costituisce l'83,6% delle emissioni antropogeniche, ed è per questo che viene presa come proxy delle emissioni climalteranti di origine antropica, mentre tutti gli altri inquinanti vengono "convertiti" e contabilizzati come CO2.

contesto anche l'affermazione (argomentazione tipicamente sostenuta dal governo statunitense) secondo la quale il costo economico del protocollo di kyoto è troppo alto. regno unito e svezia hanno ridotto le emissioni di più del 5% e sono tra i paesi europei con una crescita più alta. sono sicuro che il rispetto del protocollo di kyoto non crei solo costi in carta bollata e stipendi ai burocrati, ma anche impulsi alla ricerca. d'altra parte stiamo parlando di breve periodo, ma siamo sicuri che nel lungo periodo non sia addirittura conveniente ridurre le emissioni? new orleans non ci ha insegnato niente?

senza contare che conviene ridurre le emissioni anche per i costi esterni su scala locale delle emissioni: inquinamento, salute, impatto sulle biodiversità. per non parlare del caso specifico italiano, in cui ridurre i costi energetici permetterebbe di alleviare problemi di bilancia commerciale e sicurezza dell'approvigionamento.

il problema chiave del protocollo di kyoto è che gli impatti di una politica energetica più razionale si avrebbero solo a distanza di secoli se non millenni. la CO2 non si stabilizzerà prima di 100-300 anni, la temperatura ci metterebbe qualche secolo, e il livello dei mari qualche millennio. tuttavia c'è una larga banda di incertezza sugli effetti della CO2 sul riscaldamento terrestre, quindi conviene agire e farlo subito.

Anonimo ha detto...

ah se veramente tutti facesso come a vorland...energia ricavata dal sesso...forse noi resteremmo al buio!
vai a leggere il nostro ultimo post sull'energia alternativa...
baci latripladea!

paranoimia ha detto...

è sempre la solita storia americana coi suoi tirapiedi addestrati
e noi paghiamo

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